La valutazione femminista parte dal presupposto che il genere conta. Non si limita a misurare risultati, ma interroga il contributo di un intervento nei confronti della giustizia sociale e dell’equità di genere, con particolare attenzione alle persone marginalizzate o a rischio di marginalizzazione. Per ARCO, la valutazione femminista non è un’etichetta metodologica, bensì una postura epistemologica. Riconoscere che il genere conta, che le relazioni di potere attraversano i processi di sviluppo e che la produzione di conoscenza non è neutra implica progettare valutazioni capaci di leggere le disuguaglianze in chiave intersezionale, coinvolgere attivamente le persone interessate e restituire risultati orientati alla trasformazione sociale.
La valutazione non è neutra: un approccio apparentemente neutro rischia di occultare le dinamiche strutturali e di riprodurre le asimmetrie di potere esistenti.
La valutazione femminista nasce negli anni Novanta e trova una prima sistematizzazione teorica nei primi anni duemila (vedi i contributi di Seigart, Brisolara and SenGupta, 2014). Non esiste una definizione univoca di valutazione femminista, così come non esiste una definizione unica di femminismo. Tuttavia, vi sono elementi comuni a tutti gli approcci: il riconoscimento che la maggior parte delle società è organizzata secondo norme e istituzioni patriarcali e che il genere non può essere analizzato separatamente da altri assi di disuguaglianza quali disabilità, etnia, orientamento sessuale e status socio-economico.
L’applicazione di un approccio partecipativo femminista permette dunque di valutare in che misura, indipendentemente dal settore di intervento, un progetto:
- abbia rafforzato l’empowerment delle donne e delle loro organizzazioni;
- abbia prodotto cambiamenti a livello micro, ad esempio negli equilibri di potere intra-familiari;
- abbia inciso sul livello macro, mettendo in discussione assetti strutturali e politici patriarcali.
Nel contesto della cooperazione internazionale, questo orientamento si intreccia con il dibattito sulla decolonizzazione della valutazione e sull’importanza di indicatori localizzati, capaci di riflettere priorità, significati e sistemi di conoscenza locali.